Storie nella rete

«Storie senze fissa dimora»

La valigetta di Grazia

Grazia entrò stremata nell’ingresso del suo appartamento e non ebbe nemmeno la volontà di accendere la luce. Sfilata la chiave dalla toppa e richiusa la porta, notò nell’oscurità del soggiorno la spia della segreteria telefonica che lampeggiava con insofferente insistenza. Doveva essere Marcello. Senz’altro l’aveva chiamata alle sei, come spesso faceva, per chiederle com’era andata la giornata, per sondare se era disposta a cenare assieme, ad andare al cinema, magari anche a fare l’amore, o semplicemente per darle uno dei suoi tanti consigli insopportabilmente saggi e lungimiranti.

Mentre barcollava nel buio Grazia si liberò delle scarpe, abbandonandone una qua una là, lasciò cadere sul tappeto anche la borsetta e il golfino che portava poggiato sulle spalle, poi si gettò supina sul divano e stese i piedi nudi sul tavolino.

Il suo sguardo smarrito rimaneva invaso da quella lucetta rossa intermittente che le diceva: «Che aspetti a rispondere? Dove diavolo ti sei cacciata? Sono le otto e mezza, santa pazienza!» Ma lei non aveva nessuna voglia di subire le attenzioni, le premure, le dolcezze di Marcello, di sentire la sua voce imperturbabile, di rendersi ancor più consapevole di quanto già fosse che a lui mai e poi mai avrebbe potuto succedere ciò che quel maledetto giorno era capitato a lei.

La mattina si era svegliata prima che suonasse la sveglia. Le pareva di aver fatto un brutto sogno di cui però non ricordava nulla. Ancora frastornata e prigioniera di quell’incubo ignoto si era vestita, aveva afferrato la valigetta ed era uscita di casa senza far colazione. Era poi andata a piedi fino al solito bar, a due isolati dal suo, vi era entrata e aveva preso due caffè. Per fortuna c’era Maurizio; l’unico che ti faceva un buon caffè, te lo metteva sul banco, dispensava tutt’al più un sorriso, ma poi si faceva i fatti suoi, contenendosi dal romperti l’animo con inutili considerazioni di meteorologia o di politica attuale. Grazia non aveva preso né una pasta né un croissant, aveva lasciato sul banco i soldi per il caffè, mancia compresa, ed era uscita. Aveva preso il tram per la stazione, poi il treno, come di consueto. Il sogno si ostinava a nascondersi in qualche meandro del suo cervello annebbiato; eppure covava, non le dava tregua.

Fu appena quando arrivò a destinazione, appena dopo essere scesa dal treno, che Grazia notò di essere in anticipo di un’ora e che le sarebbe rima-sto il tempo non solo di prendere un altro caffè ma anche di dare un’occhiata al resoconto che avrebbe dovuto presentare l’indomani. Attraversò dunque la piazza ed entrò in un bar in cui non aveva mai messo piede. Osservando da fuori le era sembrato un posto tranquillo.

Si sedette a un tavolino in un angolo, posò la valigetta sulla sedia accanto a quella su cui sedeva e l’aprì.

Al cameriere, che si era avvicinato per prendere l’ordinazione, disse in preda alla sua penosa confusione: «Non è la mia.»

«Come dice, signora?»

«Niente. Non è la mia giornata. Ho dimenticato una cosa importante. Mi porti un caffè.»
«Sono cose che capitano, signora. — Liscio?»

Grazia annuì. Ma non era solo la giornata a non essere la sua. Non lo era neanche la valigetta. Era sì identica alla sua. Dentro però, al posto del computer portatile e della cartella col resoconto, c’era della biancheria da uomo e una busta.

La busta conteneva diecimila franchi svizzeri. Troppo pochi per giustificare che si perdesse la testa. A Marcello non sarebbe successo. A Marcello non sarebbe successo di perdere la testa nemmeno se nella valigetta ci avesse trovato un milione. Lui non la perdeva mai la testa. Lui no.

Lei sì però.

Bevve il caffè, pagò, uscì dal bar e come una scema si infilò nella banca più vicina per fare la cosa più idiota che in quell’attimo le potesse passare per il cervello: versare i duemila franchi sul suo conto bancario privato; quello che usava per depositarci entrate straordinarie come la modestissima eredità di zia Elena o il ricavo dell’orologio del nonno.

Stranamente, quando Grazia arrivò in ufficio, le uniche sue preoccupazioni erano rivolte al resoconto smarrito e all’inquietante sogno che non riusciva a ricordare. Era fatta così. Lo diceva sempre anche Marcello. Viveva fuori dal mondo, in un mondo di sogni che spesso nemmeno lei stessa conosceva.

Soltanto verso sera si rese conto, e fu scossa dall’improvvisa consapevolezza come da una scarica elettrica, che con il proprietario di quella valigetta che giaceva sotto la sua scrivania e dei duemila franchi versati sul suo conto bancario c’era stato uno scambio involontario e che questi dunque era certamente in possesso della valigetta sua, di Grazia. Quindi era in possesso pure del suo nome, cognome, indirizzo e di un’infinità di dati che rendevano facilissimo individuarla e denunciarla per furto qualora non avesse già consegnato alla polizia l’oggetto scambiato, insieme a tutto il suo contenuto.

Presa dal panico, con uno sciocco e frettoloso pretesto a cui il caporeparto non oppose obiezione, Grazia lasciò l’ufficio; forse era bastata la sua palese concitazione a convincerlo della serietà del motivo, al di là della spiegazione data. Ella raggiunse la banca prima che chiudesse, appena in tempo per prelevare i duemila franchi. Uscì dalla banca, ficcò nella busta i soldi e si diresse al posto di polizia più vicino dove depose valigetta, confessione e l’ultimo residuo d’orgoglio che le era rimasto.

Ora che Grazia era sdraiata sul divano, mentre non riusciva a togliersi dalla mente lo sguardo incredulo dell’agente che aveva messo a verbale la sua deposizione, mentre il sogno della notte scorsa continuava a sottrarsi, mentre la spia della segreteria telefonica continuava a spegnersi e a riaccendersi, ella allungò il braccio e premette il tasto della segreteria che si mise a gracchiare:

«Buongiorno signora, sono Maurizio, quello del bar. Lei stamattina ha dimenticato qui la sua valigetta. Se stasera quando torna a casa mi dà un colpo di telefono, faccio un salto e gliela porto.»


 

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