Storie nella rete

«Storie senze fissa dimora»

Il patto

Durante la sua vita, un mercante, un po’ grazie all’abilità e al suo zelo straordinario, un po’ grazie a un bel pizzico di fortuna, aveva accumulato un ragguardevole patrimonio. Con sua moglie aveva vissuto un matrimonio felice, e dei figli che ne erano nati, poteva andare a testa alta.

Arrivata che fu la sua ora estrema, puntualmente, si presentò il diavolo il quale, con voce solenne dichiarò di essere finalmente venuto a prendersi l’anima, visto che a lui, al mercante, in vita sua gli era andato tutto liscio, ogni cosa gli era sempre riuscita a perfezione e poiché ormai stava per giungere il momento.

Il commerciante, imperturbabile, ascoltò queste parole, tacque e rifletté come fin da sempre era solito fare prima di negoziare e in occasione di qualsiasi affare che gli venisse proposto. Ma nel suo solito gergo, oppugnò immediatamente tale avviso dichiarando che per quanto gli rincrescesse dissentire, a suo parere ci si trovava di fronte a un grave e assai palese vizio procedurale.

«Avendo conseguito una formazione classica», continuò il commerciante con quel fil di voce che gli rimaneva, «e avendo in gioventù studiato la letteratura con particolare dedizione, non mi sfugge che simili consuetudini contrattuali fossero in uso, soprattutto durante il medioevo. Io stesso però accordi del genere non ne ho mai stipulati. Esigo pertanto che si riesamini la questione e che, appurata l’esattezza di quanto asserisco, si presentino formalmente le scuse e mi si consideri esente da qualsiasi obbligo di cessione dell’anima in causa.»

Il diavolo, che invece era di poche parole, estrasse dalla sua cartella un foglio alquanto ingiallito e ridacchiando lo protese davanti al naso del mercante sconcertato.

Il vecchio però non tardò a riprendersi dallo stupore e, assaporando già l’imminente vittoria, rimbeccò che la firma che quel documento recava non era la sua, bensì quella del suo predecessore, da cui aveva acquistato l’azienda, ormai parecchi decenni addietro.

Il diavolo dovette arrendersi e nell’avvedersi che in un momento di distrazione gli era sfuggito il cambiamento di proprietà e che dunque per mezza vita aveva reso il servizio all’uno anziché all’altro, impallidì, cosa che mai prima d’allora s’era vista.

Orbene, del diavolo si dica pure tutto il male che si vuole, non saremo noi a contraddire. Che sia crudele, sì, che sia perverso, lo ammettiamo, che gioisca del male altrui, diamolo per scontato — una cosa però gli va riconosciuta: in tutte le leggende a noi note, egli rispetta i patti con rigorosa lealtà, perfino quando gli umani, agendo d’astuzia, riescono a imbrogliarlo. Di conseguenza, anche questa volta si mise il cappello e s’accinse ad andarsene rassegnato al suo destino.

«Aspetti!» bisbigliò il mercante: «Lei alla mia anima quanto ci tiene? Veda, io sarei disposto a cedergliela in cambio, diciamo, di una vita normale, una vita senza la sua tutela. Non so se mi spiego: io ricomincio da capo, e lei, questa volta, di me non si preoccuperà affatto. Quando poi sarà tornata l’ora, lei si ripresenterà.»

Il diavolo tuttavia, ormai troppo nauseato dagli affari conclusi con gli uomini, gli diede le spalle e varcò l’uscio senza far parola.


 

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