Un filo di speranza

Alberigo Tuccillo Società

In questi giorni mi sembra di ritrovarmi allʼimprovviso nello stupendo romanzo di Lewis Carroll ‹Alice nel paese delle meraviglie›, un mondo in cui, fra le tante altre stranezze, anziché festeggiare i compleanni, si preferisce festeggiare i non-compleanni, essendo questi, ovviamente, assai più frequenti!

Chi ha intenzione di salvare vite umane deve avere delle conoscenze, delle capacità, deve saper fare qualcosa! Deve essere un infermiere o un medico, un autista di ambulanza, un pompiere o una capitana di una nave Ong (e dovrà pure sperare che in quel momento al ministero degli interni non sieda un buzzurro misantropico come Salvini). E non basta essere capaci, bisogna anche essere in possesso di un diploma che confermi di aver conseguito una specifica formazione professionale, di avere una laurea, una licenza, una carica, unʼautorizzazione. Ma non basta nemmeno possedere un titolo di studio atto a dissipare qualsiasi dubbio circa le proprie competenze, capacità e legittimità di operare un salvataggio! Chi vuole salvare vite deve, innanzitutto, sapere quando, nei riguardi di chi e dove intervenire.

Un pompiere, tanto per fare un esempio, non prenderà di mira con la sua lancia idrica la prima casa che gli capita a tiro, indipendentemente dal numero di persone che vi abitano. Le case vanno spente solamente se sono incendiate e le persone vanno salvate solo se minacciate dal rogo. Ma se da un edificio si innalzasse del fumo e divampassero le fiamme, il pompiere non solo avrebbe il diritto, ma avrebbe il sacrosanto dovere di estinguere lʼincendio, altrimenti andrebbe in contro a qualche problema. Più complicato ancora si prospetta lʼonere di un medico che non solo deve decidere quale sia il provvedimento adatto per salvare uno sventurato, il medico deve perfino ottenere il consenso della persona da salvare sulla terapia da adottare, cioè dovrà farsi firmare una dichiarazione in cui il malato o lʼinfortunato conferma sia di voler essere salvato, sia di essere dʼaccordo di subire il trattamento proposto. — Ahimè, non è affatto facile salvare vite, specie per uno come me, visto che non possiedo alcuna facoltà né la benché minima autorizzazione per farlo.

Non so fare interventi chirurgici, non so intubare un paziente con disfunzione respiratoria, non so guidare unʼambulanza, non sono capace di applicare un catetere, non so manovrare una nave né dare ordini ai marinai, né saprei comunicare per radio con la capitaneria di porto, e come pompiere poi, alle maldestre prese con scalette, estintori, teli di salvataggio e idranti, non farei che un figura imbarazzante.

Dove voglio andare a parare? Tornando alla metafora di Carroll, cioè alle feste di non-compleanno: nei giorni scorsi, proprio grazie alla mia sterminata incapacità di prestare soccorso di qualsiasi genere a chicchessia e proprio grazie al fatto che in preda a una paralisi totale non ho fatto assolutamente nulla, ho, paradossalmente, avuto modo di sentirmi un eroe. Ad un tratto mi sono reso conto che io, sì, proprio io, stavo salvando un sacco di vite! Nei momenti in cui, sdraiato sul divano, avevo letto un romanzo, o mentre strimpellavo sul pianoforte un notturno di Chopin, o mentre buttavo i maccheroni per la cena, o quando scendevo in cantina per prendere una bottiglia di vino, quando la stappavo, quando me ne versavo un bicchiere, o quando innaffiavo le mie piantine, o quando mi dimenticavo di farlo, sempre, ininterrottamente, inesorabilmente stavo salvando vite, e non vorrei peccare dʼimmodestia, ma mi sentivo fiero quasi fossi una specie di Carola Rackete!

Continuando il discorso: Ci rendiamo conto della portata di ciò che stavo e che ancora sto facendo in questi giorni? Io, proprio io, io personalmente, nel giro di poco più di una settimana sono riuscito a evitare ogni benché minimo contatto con la bellezza di 7.6 miliardi di persone! È un numero astronomico! È un numero pari al dieci percento delle stelle che brillano nella Via Lattea! E anche se non li ho salvati proprio tutti io, ho offerto la possibilità a milioni di salvare milioni di cari e di sconosciuti. Non scherziamo! Questi sono i fatti.  

Comunque il ragionamento non si conclude qui, perché il grande Lewis Carroll non a caso era un matematico, e la matematica a un certo punto diventa poesia, diventa arte, diventa amore: i 7.6 miliardi di persone che direttamente o indirettamente ho salvato e che comunque non ho incontrato, non mi sono più debitori di quanto non lo sia io nei loro riguardi. Infatti, se è vero come è vero che io ho evitato di incontrare ogni singolo essere umano, devo sinceramente ammettere che nel contempo anche i 7.6 miliardi sono stati così riguardosi, disciplinati e coscienziosi da non incontrare me!

Ah, che delizia! Come mi rallegro allʼidea di incontrare un bel giorno, quando tutto ormai non sarà che un triste ricordo, un qualsiasi sconosciuto e di rivolgergli la parola: «Scusi, ma lei non è per caso uno di quelli che non ho incontrato al tempo del COVID-19? Venga, voglio abbracciarla! Ci siamo salvati la vita a vicenda.»